Secondo Eurostat, solo il 41,6% dei giovani italiani lavora in un impiego coerente con il proprio percorso di studi, contro una media UE del 56,4% e il 75,2% della Germania.[1]
Questo colloca l’Italia all’ultimo posto nell’Unione europea per corrispondenza tra formazione e lavoro.
L’indicatore misura la coerenza dichiarata tra il campo di studio e le mansioni svolte tra i giovani di 15–34 anni con istruzione media o terziaria.[1]
Perché questo sconcertante divario?
Sono tre i fattori che ricorrono spesso nelle analisi:
1. Struttura delle imprese.
Il sistema produttivo italiano è dominato da aziende molto piccole, che generano meno posizioni altamente specializzate per laureati.
2. Transizione scuola-lavoro.
Paesi come la Germania si fondano su sistemi che combinano studio e apprendistato, creando un collegamento diretto ed efficace tra formazione e impresa.
3. Squilibrio tra studi e domanda di lavoro.
In Europa la coerenza è più alta nei settori sanitario, informatico e dell’istruzione, e più bassa nelle discipline umanistiche e in parte delle scienze sociali.
Il paradosso è evidente e doloroso: l’Italia ha relativamente pochi laureati rispetto ad altri paesi europei, eppure fatica a impiegarli in ruoli coerenti con la loro formazione.
Il problema non riguarda soltanto l’università ma la struttura industriale e il funzionamento del mercato del lavoro.
(Ennio Ranaboldo, Las Terrenas, 5 marzo 2026)
Fonte
[1] Eurostat, How well do young people’s skills and qualifications match their jobs? (EU Labour Force Survey, dati 2024, pubblicazione 2026).
Illustrazione: “The Ass at School” (Metropolitan Museum of Art, NYC); Artist: After Pieter Bruegel the Elder (Netherlandish, Breda (?) ca. 1525–1569 Brussels).
