Nelle aziende italiane infuria da decenni una cronica malattia linguistica: l’abuso di anglicismi, impiegati come pecette multiuso per dire poco e spesso a sproposito.
Parlo dell’inglese ornamentale che invade riunioni e presentazioni: call, meeting, follow-up, deadline, feedback, framework. Parole che nella maggior parte dei casi hanno ottimi equivalenti italiani e che vengono usate per dare un’aria fighetta e vagamente internazionale a cose e nozioni banalissime.
Ma il problema non sono solo gli anglicismi. Nelle aziende prospera anche una flora di orride frasi prefabbricate e ibridate: fare un deep dive, allinearci, portare a casa il risultato, spostare l’ago della bilancia, tornare sul tema, fare un passaggio, per non citarne che alcune.
Non è un fenomeno solo italiano, naturalmente. Anche negli Stati Uniti la cosa è diventata talmente caricaturale che WSJ ha pubblicato – alleghiamo l’originale e il collegamento all’articolo – un piccolo e divertentissimo repertorio del gergo aziendale più stereotipato (roba da stridor di denti), interrogando i propri lettori. Ne sono uscite: leverage, reach out, move the needle, circle back, thought leaders, hit the ground running, growth mindset e molte altre formulette che riempiono presentazioni e riunioni ma azzerano l’intelletto.
Le aziende e le persone che ci lavorano, soprattutto i giovani, ché per i vecchi come me temo sia troppo tardi, non hanno bisogno di fuffa ma di pensiero intelligente. E il fare bene che ne deriva ha inizio e termine con il retto uso della lingua, italiano o inglese che sia.
(Ennio Ranaboldo, Las Terrenas, 6 marzo 2026)
