Lo sciame di laureandi e laureati che ogni anno lascia l’Italia per paesi professionalmente più suggestivi mostra numeri impressionanti: tra il 2012 e il 2021 un milione di residenti sono emigrati all’estero; 337.000 di questi nella fascia 25-34 anni, un terzo dei quali già laureati (ISTAT).

Le ragioni sono stranote: meno burocrazia, maggior valore al merito, stipendi (assai) migliori, percorsi di carriera più rapidi e chiari. Eppure, non si intravedono ancora misure concrete in grado di invertire questa traiettoria infausta. L’Italia sembra tra l’altro poco
capace anche a favorire flussi in direzione contraria – studenti e professionisti che dall’estero desiderano venire da noi: siamo penultimi, ci batte solo la Grecia.

Aggiungo a questa diagnosi una causa ulteriore, sottovalutata sovente, che a mio avviso influisce su questi fenomeni, e cioè il modello di leadership prevalente nel nostro Paese.

Al di là dell’abusata massima di Peter Drucker (“Culture eats strategy for breakfast” – “La cultura si pappa le strategie a colazione”), resta che vigono nelle nostre imprese principi, valori e criteri non scritti, intangibili, che pur presenti anche altrove hanno da noi incidenza e impatto maggiori, e concorrono a formare culture aziendali talvolta nefande, ciniche, energeticamente debilitanti.
 
Per esempio: appartenenza alle cosiddette cordate, difficoltà a fornire e ricevere feedback genuini, nepotismo, criteri di selezione opachi, scarsa inclusività.
Ecco che allora un buon mentore dedicherà del tempo a identificare antidoti in grado di disinnescare o attenuare certe tossicità. Si tratta, tra le altre cose, di esplorare la leadership di servizio (servant leadership, una condotta fondata sul valore, in cui il servizio ai propri collaboratori e pari grado viene prima dei propri bisogni); il candore radicale (comunicazioni dirette e costruttive, fornite con empatia); i vantaggi di comportarsi quali osservatori distaccati; la mindfulness (l’esercizio di una consapevolezza attenta e attiva, fondata sul qui e ora, vigile e priva di pregiudizi); e soprattutto la necessità di attivare cambiamenti positivi in noi stessi, prima di richiederli a chi lavora insieme a noi.

Ogni piccolo seme di cambiamento contribuisce a creare leader migliori, culture aziendali affermative, ambienti di lavoro più sereni.
 
Tutti aspetti che producono spesso risultati economici superiori alla media: una forza lavoro motivata genera il 21% in più di profitti, e un clima di lavoro positivo aumenta la produttività del 30% (Gallup).
 
Illustrazione: Émile Renouf (1845–1894), Un coup de main, 1881, collezione privata, Washington, D.C.