Negli ultimi mesi ho fatto una decina di incontri di orientamento: licei, open day, presentazioni ad aspiranti studenti e alle loro famiglie. Contesti diversi, domande diverse. Ma una costante: tutti cercano la risposta giusta. Il corso giusto, la scelta giusta, il lavoro giusto. Come se da qualche parte esistesse una mappa con il percorso già tracciato.

Queste note nascono da quegli incontri.

Il problema dell’orientamento professionale è semplice: stiamo cercando di scegliere lavori che ancora non esistono.

Per molto tempo il mondo del lavoro ha funzionato in modo abbastanza lineare: si sceglieva un mestiere, si studiava per quel mestiere, e poi si faceva quel mestiere per quarant’anni. Era un mondo prevedibile:

ecco, quel mondo non esiste più.

Nel 2000 non esistevano YouTube, Instagram, TikTok, Spotify o Airbnb. Oggi muovono miliardi e danno lavoro a milioni di persone. Molti mestieri che oggi sembrano normali sono nati dopo il 2010: social media manager, data scientist, UX designer, creator.

Alcuni sono comparsi praticamente ieri: prompt engineer. Nel 2000 nessuno avrebbe potuto prevederli.

Ma il cambiamento non riguarda solo i lavori nuovi, riguarda anche quelli che sembravano più solidi.

Per anni il consiglio più diffuso era: impara a programmare e avrai sempre lavoro. Oggi l’intelligenza artificiale scrive codice, suggerisce soluzioni, automatizza parti intere del processo. Il programmatore non sparisce. Ma cambia completamente cosa significa programmare.

E lo stesso sta succedendo in molti altri ambiti: cassieri sostituiti dal self-checkout, operatori di call center affiancati da chatbot, traduzioni automatiche, algoritmi che scrivono notizie sportive o finanziarie. Secondo McKinsey e OCSE, entro il 2030 circa un lavoro su tre sarà trasformato in modo significativo.

La domanda quindi diventa inevitabile: come si sceglie oggi un lavoro se il lavoro di domani non esiste ancora?

La risposta è cambiare domanda, perché continuiamo a ragionare come se il lavoro fosse una destinazione precisa, un punto sulla mappa. Sempre più spesso, invece, è un percorso. Quando parlo con studenti o giovani professionisti cerco di dirlo nel modo più diretto possibile: non scegliete un lavoro. Scegliete una direzione.

Le competenze cambiano rapidamente, gli strumenti cambiano ancora più velocemente. Ma alcune cose restano sorprendentemente stabili: la capacità di pensare, di collaborare, di immaginare. L’intelligenza artificiale può scrivere codice, generare immagini, produrre testi. Ma qualcuno deve decidere che cosa vale la pena fare. E quella parte resta profondamente umana.

C’è poi un aspetto del mercato del lavoro che spesso viene sottovalutato quando si parla di formazione: circa il 70% delle opportunità professionali nasce da relazioni, non da candidature formali (LinkedIn, 2023). Scegliere dove studiare o lavorare non vuol dire solo scegliere cosa imparare. Vuol dire scegliere con chi crescere: docenti, compagni di corso, colleghi di progetto. Non state scegliendo solo un percorso. State scegliendo la vostra futura tribù.

Se devo essere onesto, la maggior parte delle persone che conosco — me compreso — non sta facendo il lavoro che immaginava a vent’anni. La traiettoria reale assomiglia più a questa: pensate di andare da A a B, e la vita vi porta a C. Spesso C è un posto molto più interessante di quanto potesse essere B. La condizione è una sola: non fatevi trovare fermi.

A chiudere, il consiglio più utile che si possa dare oggi a chi inizia una carriera — o a chi la sta ripensando — non è trovare il settore giusto o la specializzazione più richiesta dal mercato. È costruire una direzione fatta di curiosità che non si spegne, di strumenti per crescere, di relazioni che contano, di voglia di sperimentare.

Il futuro non si indovina. Si costruisce, un passo alla volta.

(Stefano Mirti, direttore ACME Academy of Fine Arts and Media)