“Non è il caso di tirare conclusioni confuse, del tipo: ‘Meglio non innovare, non crescere, perché tanto viviamo di più e curiamo meglio i nostri bambini’. Non è il caso di farlo, perché la stagnazione sociale ed economica mette in dubbio persino il fatto che in Europa – di certo in Italia – avremo ancora molti bambini e giovani in futuro. Il grafico sopra mostra come le start up europee se ne vadano quasi sempre negli Stati Uniti non appena hanno un po’ di successo. Non serve altro a capire che in Europa – in Italia – rischiamo di creare un ambiente così immobile e respingente da mettere in fuga i giovani più ambiziosi”. – Federico Fubini, Corriere della Sera, 18 maggio 2026
Va riconosciuta e apprezzata la qualità dell’articolo di Federico Fubini, oggi il miglior giornalista economico e divulgatore in attività in Italia, capace ancora una volta di cogliere con lucidità il cuore del confronto a distanza tra WSJ, Paul Krugman e Mario Draghi.
E resta difficile non condividere una delle conclusioni che emergono dall’articolo stesso: gli Stati Uniti continuano a essere il luogo in cui il capitale, non solo finanziario ma soprattutto umano, trova possibilità di applicazione, crescita e scala immensamente superiori rispetto a quelle offerte oggi dall’Europa e, ancor più, dall’Italia, che continua a mostrare limiti strutturali e una capacità molto inferiore di trattenere e valorizzare talento, ambizione e innovazione. Non è un caso, appunto, che molte start up europee scelgano di trasferirsi negli Stati Uniti proprio quando iniziano davvero a crescere.
Questo però non significa che l’Italia sia un Paese scevro di opportunità. Al contrario. Lo vediamo anche nel nostro microscopico ambito, nelle interazioni quotidiane tra i mentori di Talenti in corso e decine e decine di giovani ambiziosi, determinati e disciplinati che, presto o tardi, riescono comunque a trovare una collocazione nel mercato del lavoro italiano, per quanto tormentato e frammentato esso resti. E spesso queste opportunità derivano meno dalla forza sistemica dell’economia e molto più dall’unicità del Paese stesso: dalla sua densità culturale, dal patrimonio umano e relazionale che continuano a renderlo (ma per quanto a lungo ancora?) un luogo distintamente diverso da molta altra parte del pianeta.
