Lavorare nel mondo delle parole sviluppa un’ipersensibilità al loro suono e all’opportunità di usarle correttamente e nel giusto contesto, correttezza che, mi fu insegnato da mio padre, può corrispondere anche a un discorso etico. La richiesta di scrivere sul concetto di perseveranza associata alla mia esperienza di 33 anni di editoria indipendente ha scatenato in me una serie di piccole insofferenze, specie per l’accezione muscolare associata alle parole altre che questa si trascina appresso: insistenza, tenacia, rigore, ostinazione, persistenza, quindi resilienza e resistenza. Una serie di termini che alludono a un non muoversi, restar fermi a un atteggiamento non dinamico.

Se visto da fuori è plausibile e applaudito questo simbolico perseverare, l’esperienza reale vissuta all’interno delle mie giornate stride con il senso statico di questo tipo di termini: insistere nel senso dell’immobile su un sito, tenere la posizione nel senso bellico della trincea, dove per forza non si può avere una visione, stando sotto il livello del terreno. Perseverare nel senso dell’iper rigore, comunica, poi, per comunione etimologica, anche un senso di rigidità. Anche il senso di resistenza è spesso trascinato nel mondo editoriale in una retorica ideologica che spesso genera più lamentele e alibi che vera attività trasformativa dello status quo ante.

L’esperienza di minimum fax e delle case editrici indipendenti cosiddette di ricerca che hanno lasciato il segno nella cultura italiana e nelle comunità dei lettori (anch’esse resistenti) è stata quindi muoversi, movimento costante. Dal vettore della omonima rivista via fax (1993) che raggiungeva per via telefonica in era pre-internet le “rotative domestiche” dei lettori abbonati, alle attività costruite attorno ai contenuti dei libri (reading concerto teatrali, corsi di formazione sui mestieri della cultura, produzione audiovisiva, festival culturali, lezioni/confessioni magistrali dal vivo, campagne di comunicazione), non abbiamo – sottolineo il noi perché una casa editrice può essere solo un’esperienza collettiva – potuto certo restare fermi.

Rigorose, sì, la ricerca e la cura per i contenuti, per i dettagli grafici, per un’idea di mondo attorno al quale innescare attenzioni che arrivano in senso inverso da parte dei lettori. Rigoroso anche il riconoscimento delle competenze altrui, la costruzione quindi di squadre adeguate ad intercettare i segnali deboli dei fenomeni culturali in divenire, e la trasformazione dei linguaggi sempre legata a sentimenti sociali in continua evoluzione. Seguire questa situazione liquida significa muoversi, ascoltare, alimentare rapporti umani in quantità enormi, avere sempre qualcuno più bravo di te attorno, e costantemente apprendere, ascoltare, comunicare.

I libri mi hanno rivelato la possibilità di vivere in quantità enormi, forte delle prospettive e delle visioni altrui. E di accogliere, di aprirmi a rivelazioni, storie e culture che non avrei mai individuato dalla mia singolare e angolare prospettiva.

Ho cominciato a occuparmi di editoria sfuggendo, per sottrazione, a scelte precedenti che avevo fatto per far felice qualcun altro, scelte che mi facevano soffrire: suffero, in latino vuol dire giaccio, sto fermo. Una situazione, a pensarci bene, nella quale sarebbe stato diabolico perseverare. 

Quindi.