Scopo di questo breve intervento è esaminare se e come la filosofia possa aiutare a indirizzare, attraverso un’adeguata opera di mentoring, un giovane talento verso il successo. Ovviamente, bisognerà intendersi sul significato del termine successo, e questa sarà la premessa necessaria e anche il cuore della trattazione.

E’ quasi superfluo ricordare che l’attività di mentoring è un’attività essenzialmente maieutica, e dunque di chiara derivazione socratica: già solo per questo si intuisce quale sia l’utilità della filosofia in questo campo. In effetti, la figura del buon Mentore è praticamente coincidente con il ritratto che Socrate traccia di sé in una celebre pagina del Teeteto platonico: egli esercita un mestiere simile a quello di sua madre, levatrice: far partorire, questa volta non i corpi ma le anime. Le caratteristiche del buon Mentore sono quindi quelle del maieuta: egli non impone, ma aiuta a far emergere dal mentee  i suoi propri talenti; funge da stimolo; utilizza il metodo del dialogo fatto di interrogazioni, congetture e confutazioni; è solitamente di età più matura del mentee; inoltre, non si rivolge a chiunque, ma è capace di individuare quale sia il soggetto adatto al suo processo maieutico e quale no. Ma tutto quanto appena detto è evidente: molto più interessante è cercare di capire in che modo la grande tradizione filosofica possa aiutarci a stabilire non il metodo, ma il vero obiettivo dell’attività di mentoring.  

Posto che l’obiettivo primario dell’attività di mentoring sia il pieno sviluppo delle attitudini del mentee, mi pare interessante soffermarmi innanzitutto su alcuni concetti tratti dall’Etica Nicomachea di Aristotele. In questa opera infatti, il grande filosofo identifica il fine ultimo, il bene supremo per l’uomo con il raggiungimento dell’eudaimonia, la felicità: per Aristotele non si tratta di uno stato d’animo passivo, ma di un’attività, che si esercita appunto vivendo una vita completa e quanto più possibile realizzata. Lo stesso Aristotele indica questo termine come sinonimo di “avere successo”: “sul suo nome – eudaimonia – vi è accordo nella maggioranza degli uomini, e sia il volgo che le persone raffinate concepiscono il vivere bene e l’avere successo come indentici all’essere felici”.

Per completare la definizione, va detto che il termine italiano successo non deriva dal greco, ma dal latino, e ha subìto nei secoli uno slittamento semantico progressivo: a ben vedere, infatti, il suo etimo è il latino sub – cedere, cioè susseguirsi, accadere di conseguenza. Il termine non ha originariamente il significato di accadimento positivo, di riuscita, che ha acquisito in seguito. Quando chiediamo: cos’è successo?   non presupponiamo che sia necessariamente qualcosa di buono. Il participio passato sostantivato, invece, è ormai per noi carico di significato positivo: Tizio riscuote successo, questa canzone è un successo eccetera. Con il trionfo della società capitalistica, poi, il successo viene sempre più misurato col metro della ricchezza materiale: Aristotele non la disprezzava affatto, considerandola però un mezzo, necessario ma non sufficiente, per raggiungere il successo nel senso pieno, ossia l’eudaimonia.

Ora, proprio la riflessione filosofica ci può indirizzare a considerare correttamente la misura del successo: la retorica grossolana del “se vuoi, puoi” o quella che insiste sulla necessità di sognare e perseguire tenacemente i propri sogni, qualunque siano, può avere effetti nefasti se non si discerne ciò che è in nostro potere da ciò che al nostro potere sfugge, e che dovremmo considerare invece adiaforon, indifferente. Per questo non amo l’uso del termine sogno e di tutte le parole che afferiscono a questo campo semantico: nei sogni si può essere qualunque cosa, come il draghetto Grisù che sogna di diventare pompiere.

Aristotele specifica che ogni uomo ha una sua funzione (ergon) diversa, con alcuni esempi: ergon dello scultore è realizzare statue, ergon dell’architetto è realizzare costruzioni eccetera. La capacità di esercitare bene le proprie funzioni ha un nome specifico, areté,  termine che viene normalmente tradotto con virtù: la traduzione è corretta, ma nel tempo a questa parola è stato affibbiato un significato moralistico. In realtà il “virtuoso” è colui che esercita nel modo migliore possibile le proprie capacità. Se il termine eccellenza non fosse anch’esso grandemente abusato ai nostri giorni, sarebbe il più adatto a rendere il greco areté. Per esempio, l’areté, la virtù del coltello sarà quella di tagliare bene, nel miglior modo possibile, cioè l’eccellenza nel tagliare. Invece, quella della forchetta, o del cucchiaio, sarà differente.

Tralasciando il fatto che per Aristotele esiste una virtù e un compito proprio dell’uomo in generale, cioè la razionalità (logos), e dunque una forma perfetta di feliciità, che qui non indaghiamo, proprio la capacità di aiutare a capire quali sono le migliori disposizion particolari del mentee e aiutare a realizzarle è il compito del Mentore, e il risultato di questo processo sarà il raggiungimento della felicità.  Aristotele sa benissimo che eventi e circostanze avverse possono far sì che anche l’uomo virtuoso non viva felicemente, ma possiamo considerare lo svilupo e l’esercizio delle proprie capacità come ciò che di meglio ci sia dato di fare per vivere felici. Cioè per avere successo, nel senso pieno del termine. 

Mi permetto di utilizzare, semplificandolo, un ultimo concetto aristotelico, quello di potenza e atto: un seme è un seme in atto, ma altresì una pianta in potenza, cioè potrà o meno diventare una pianta in atto; se cadrà nel terreno fertile, lo diventerà, altrimenti no. Ma ovviamente un seme di rosa è in potenza una rosa, e non potrà in alcun modo diventare un giglio o un’orchidea: individuare le attitudini giuste è preliminare a coltivarle ed è il compito che Mentore e mentee devono impegnarsi insieme a svolgere: in questo è fondamentale che il Mentore interpreti il suo ruolo in modo veramente maieutico, evitando l’effetto Pigmalione e usando correttamente il metodo dell’indagine socratica, fatto di interrogazioni, congetture e confutazioni. Sarà in conclusione il mentee che dovrà giungere a conoscere se stesso. La conseguenza sarà l’inizio di un processo per diventare ciò che si è, e non ciò che si vuole, o meglio si crede di volere mutuando in realtà modelli stereotipati imposti dal pensiero dominante. La filosofia, se correttamente interpretata come facevano gli antichi greci, cioè come modo di vivere, come atteggiamento, non come una serie di teorie o nozioni, non può che essere di grande aiuto.