Una mia giovane “mentee” mi ha raccontato dell’ansia che prova spesso di fronte a un nuovo incarico. È perfettamente qualificata, ha l’esperienza necessaria, sa di poter svolgere bene il suo lavoro. Eppure, quando pensa ad un nuovo progetto che le verrà assegnato, avverte un generale senso di inadeguatezza.
Le ho detto che una certa misura di apprensione, e lo dico per conoscenza empirica non per presunzione psicologica, ha anche un grande valore. Purché non assuma forme patologiche, e quindi invalidanti, è la linfa vitale dei nostri sforzi, dell’impegno che mettiamo nelle cose ogni giorno, innesca e mantiene l’attenzione, suprema tra tutte le virtù.
Ma c’è un’altra considerazione. Questa sorta di lontana parente della “sindrome dell’impostore” non se ne va con l’esperienza, o con l’età. Non conosco dirigente, imprenditore o professionista degno di questo nome che, indipendentemente dalla carriera fatta e dalle responsabilità raggiunte, non conservi dentro di sé almeno una parte dell’ansia del giovane apprendista d’azienda. Ad ogni riunione del CdA, confronto con gli azionisti o alle prese con qualche grande cliente, un pochino di essa si manifesta sempre. Ed è un bene che sia così, perché tempera la hybris innata o acquisita negli anni, soprattutto tra gli uomini di un qualche potere ed influenza. Stimola l’apprendimento continuo, la riflessione critica, l’interrogarsi di fronte alla mutevolezza delle circostanze immediate e degli scenari di medio periodo.
L’esperienza professionale di lungo corso, quindi, non elimina l’ansia. Ci insegna piuttosto che essa si stempera, quasi alchemicamente, nel fare e nel fare bene. Ma perché questo accada occorre immergersi nel lavoro e, soprattutto, nella vita vibrante dell’organizzazione. Per questo continuo a pensare che il cosiddetto “smart working”, nell’accezione tutta italiana di lavoro a distanza che di “smart” ha poco o nulla sia, soprattutto per i giovani, una vera maledizione.
Un conto è il (troppo) decantato equilibrio tra vita e lavoro, idea che peraltro mi ha sempre lasciato perplesso, quasi che il lavoro non fosse parte della vita e la vita vera dovesse magicamente cominciare quando si spegne il computer. Un altro conto è quando si sta imparando un mestiere. Un mestiere si apprende ed affina solo a stretto ed assiduo contatto con gli altri, colleghi e capi. Si impara attraverso i rapporti, la prossimità, la passione e la dedizione che progressivamente diamo a quello che facciamo. Anche l’ansia da prestazione si scioglie lì, nella dinamica dell’organizzazione stessa. Un’organizzazione sana bisogna respirarla, viverla ed agirla, salubremente appunto, ovvero in presenza e dal vivo. Soprattutto quando si è giovani.

𝗜𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲: Edward Hopper, Office at Night, 1940. Olio su tela. Walker Art Center, Minneapolis, MN.