Ci sono due noti discorsi pubblici ai quali penso spesso. Quello di Leonard Cohen al Premio Principe delle Asturie, nel 2011, e quello di Joseph Brodsky ai laureati dell’Università del Michigan, nel 1988. Il più commovente discorso di accettazione di un premio e il più convincente ed antiretorico commencement address che io conosca.

Cohen racconta di un giovane spagnolo incontrato in un parco di Montréal. Lo ascolta suonare e gli chiede lezioni. Il ragazzo gli accorda la chitarra, gli sistema le dita sui tasti. Tre lezioni, sei accordi. Alla quarta non si presenta: Cohen apprende che si è tolto la vita. Di lui non sa quasi nulla, eppure è consapevole di come quegli accordi abbiano fondato la propria musica a venire (bellissimo anche l’omaggio a Garcia Lorca). Un sapere passato letteralmente di mano in mano, di cui conserva una toccante gratitudine.

Brodsky invita invece a diffidare dell’autocommiserazione, del dito puntato, dell’abitudine a cercare altrove ogni responsabilità. La lamentela può toglierci il fiato, occupare abusivamente tutto lo spazio nel quale potremmo invece agire, fare e fare bene, anche quando le circostanze ci sono avverse; figuriamoci poi quando siano nati e cresciuti nel privilegio. Doppia responsabilità, in questo caso.  

Li accosto perché, per imparare e crescere, occorre anche riconoscere quanto dobbiamo agli altri e rinunciare a fare di noi stessi il centro di ogni discorso. Ovvero, avere l’umiltà di lasciarsi mettere le dita sulle corde. Poi esercitarsi, duramente e a lungo, con concentrazione assoluta. E, quando ne saremo capaci, dedicare a qualcun altro la stessa attenzione.

È anche per questo che esiste Talenti in corso.

Buona lettura!

Fonti: discorso di Leonard Cohen, Joseph Brodsky  Commencement address.

Immagini: Joseph Brodsky, University of Michigan, 1972-73 e Leonard Cohen, Tournée 2008