“What I don’t think AI will be able to crack anytime soon is the hard work of synthesizing information into a compelling framework that is memorable, that rings true with human experience, that resonates emotionally, that’s sticky, that is pithy”. – Adam Grant
Avviso che nessuno può ignorare: non chi oggi sta ancora a scuola, né chi è al primo impiego, né, a maggior ragione, quadri e dirigenti le cui competenze in senso strettamente tecnico, funzionale sono, se non direttamente minacciate in quanto a rischio di irrilevanza, quanto meno messe in discussione dall’evoluzione dell’intelligenza artificiale. Anzi, prima ognuno di noi ricalibra se stesso meglio è, per noi e per le organizzazioni che serviamo.
La buona notizia? La persona e la sua intelligenza nativa, relazionale, compositiva per così dire, tornano al centro di tutto. E così ci tocca coltivare consapevolmente il “germe umano”, ovvero l’istinto e le buone pratiche dell’attenzione e delle sinapsi intellettuali (sul problema da risolvere) ed emotive (sulle relazioni da intrattenere e coltivare) che ci aiutano, come dice il mai troppo citato detto inglese, o la versione di esso che prediligo, a “never miss the forest for the trees”.
E non in un qualche delirio dell’io tout-puissant – ricordare sempre l’ammonimento dell’ingegnere di gran lunga più geniale che l’Italia del Novecento abbia avuto, Carlo Emilio Gadda, che dell’io diceva essere “il più lurido dei pronomi” – ma agendo in forma di ingegno partecipativo, catalizzando se stessi, con gli altri, intorno alla complessità irriducibile dell’impresa, del business e dell’umana esistenza.
