Questa riflessione trae spunto dall’articolo scritto recentemente dal mio caro amico Ennio Ranaboldo “Chi scrive male pensa male”, in riferimento a farciture linguistiche ma di poca sostanza che spesso fanno da contorno alla nostra comunicazione lavorativa quotidiana.
Quello dell’aviazione è sempre stato un ambiente di lavoro a parte, sconosciuto ai più.
Suscita curiosità, affascina forse qualcuno, ma quasi immediatamente se ne percepisce la indecifrabile complessità, così finisce per rimanere confinato in un mondo a se, molto specifico e apparentemente non permeabile da altri campi di competenze.
Eppure è un contesto da dove altre realtà lavorative possono attingere strumenti utili.
Ho pilotato aerei per 42 anni e ancora dedico parte del mio tempo alla formazione di giovani piloti. Il ricambio generazionale di questi ultimi anni è caratterizzato, soprattutto in Europa, dalla giovanissima età delle ragazze e ragazzi che si stanno avvicinando a questa professione.
Emblematico un recente articolo uscito sul “Corriere” dove si celebrava una ragazza che già opera come pilota di linea all’età di soli 24 anni.
A parte il solito banale pregiudizio italico per il quale alcuni passeggeri ancora si pongono il dubbio sulle sue reali capacità, in quanto giovane e forse in quanto donna, cui non dedico alcun commento, è interessante invece osservare come ad una età relativamente giovane sia a pieno titolo abilitata ad un ruolo di elevata specializzazione e responsabilità.
Qual’è la formula di un tale concreto risultato ?
Ebbene, l’esperienza acquisita dopo tanti anni di lavoro mi permette di dire che è una ottima combinazione di programmi addestrativi, costruiti mettendo insieme le esperienze, le competenze, le migliori pratiche e capitale umano selezionato: giovani appassionati e determinati.
Dalla dimostrata efficacia di questo sistema formativo, un elemento sicuramente trasmissibile è il metodo comunicativo, inteso come strategia e tattica per veicolare le informazioni con il giusto linguaggio.
La dinamica di questo particolare mestiere e l’inevitabile velocità delle sequenze nel rapporto uomo-macchina non permette giri di parole.
E’ vitale trovare il termine giusto per inquadrare una determinata fase o contesto, definire ruoli, assegnare compiti, che sia di normale routine di lavoro fino alla gestione di eventuali avarie più o meno critiche.
Linguaggio studiato per essere codificato, sintetico, immediatamente comprensibile.
La comunicazione è un elemento integrante e soggetto a valutazione nei programmi formativi, la cui validità è riconosciuta anche al di fuori dell’ambiente aeronautico.
Non poche sono le organizzazioni e le aziende che attingono a questa esperienza per migliorare o per costruire il loro sistema comunicativo interno, in particolare quelle che operano in contesti classificati ad elevato rischio.
Tornando quindi al tema della concretezza del linguaggio mi sento di rafforzarlo con questi riscontri, auspicando che si possa mitigare un certo malcostume comunicativo che contribuisce a impostare un percorso formativo poco virtuoso.
Produce buoni risultati una comunicazione ben studiata, organizzata per obiettivi chiari e ruoli assegnati, concisa, sintetica, nella quale chi la riceve possa visualizzare immediatamente il tema di partenza, il punto di arrivo ed il proprio ruolo nel percorso.
Foto: Corriere della Sera
