Un articolo del New Yorker di qualche settimana fa ha il merito di portare dentro la stessa analisi due questioni che insistono sullo stesso spazio: il college americano. Vale subito una precisazione: nel sistema americano il college tende a concentrarsi sulla formazione universitaria di primo livello, mentre la university include di norma anche ricerca, master, dottorati e scuole professionali. L’autore, genitore di due figli, si chiede se abbia senso continuare a versare denaro in un fondo universitario guardando un sistema sotto pressione da più parti: i tagli federali dell’amministrazione Trump, il dilagare della copiatura assistita da AI, e la prospettiva che molti lavori impiegatizi vengano sostituiti da strumenti automatizzati. La sua risposta è prudente: il college probabilmente sopravviverà, ma l’AI accelererà una disillusione già in corso, e il sistema che ne uscirà sarà ancora più concentrato nelle mani di chi può permetterselo. Tratto le due questioni separatamente non perché siano irrelate, ma perché possono procedere in parallelo, o anche fondersi: si può immaginare, per esempio, che un’università d’élite arrivi a giustificare i propri costi sempre più alti proprio attraverso l’accesso a strumenti di intelligenza artificiale più sofisticati di quelli disponibili altrove. Intanto vale la pena tenerle distinte.

La prima è il costo. Per chi viene da un sistema di istruzione superiore europeo, la cifra è difficile da metabolizzare: decine di migliaia di dollari l’anno, fondi di risparmio aperti quando i figli hanno nove anni, e un intero settore parallelo di consulenza educativa, tutoraggio e preparazione ai test standardizzati che nel suo complesso muove centinaia di milioni di dollari. Occorre però non semplificare: il sistema americano ha meccanismi di accesso economico molto estesi, sia legati al reddito sia assegnati per merito, che nel complesso valgono cifre considerevoli e che rendono il quadro più articolato di quanto appaia dall’esterno. Il tema delle disuguaglianze resta, ma non si esaurisce in una lettura unicamente fondata su caste e classi. Il sistema universitario americano è stratificato, cristallizzato, costruito attorno a un’equazione costo-valore che non è un difetto, ma una funzione: costa perché deve certificare. L’economista Bryan Caplan, citato nell’articolo, lo dice con la chiarezza che spesso si evita: il college non forma, verifica e certifica. Segnala al mercato del lavoro che un dato giovane è intelligente, disciplinato, conforme. Non è una critica nuova, ma è il presupposto necessario per qualunque ragionamento sull’AI, perché se il valore del college è principalmente un segnale, allora la domanda non è se l’AI sostituisce la conoscenza: è se l’AI erode la credenziale. Esistono università gratuite di eccellenza che dimostrano che la qualità formativa non richiede prezzi proibitivi. Ma quella dimostrazione non ha mai scalfito il sistema americano, e non è chiaro perché dovrebbe farlo adesso.

La seconda questione è l’intelligenza artificiale. L’articolo cita dati Gallup: nel 2013 il 74% dei giovani americani tra i 18 e i 34 anni considerava il college “molto importante”, e nel 2025 quella percentuale era scesa al 35%. Questo crollo non ha bisogno dell’AI per essere spiegato. Arriva da lontano: dai debiti, dalla precarietà, dalla percezione diffusa che il titolo non garantisca più ‘’accesso a un lavoro qualificato. L’AI non ha prodotto questa disillusione, ma rischia di accelerarla per una ragione specifica: rende visibile la finzione su cui si regge il sistema. Se il college serve principalmente a certificare, e se chiunque può ora produrre un elaborato accettabile con l’assistenza di un modello linguistico, la credenziale non perde valore perché la conoscenza è diventata meno importante, ma perché la sua simulazione è diventata troppo economica.

Credo che le polarizzazioni che accompagnano il dibattito sull’AI non aiutino, sono storicamente e metodologicamente poco interessanti: quasi nessun sistema sociale si trasforma per effetto di un singolo agente, umano o tecnologico, e quelli che si trasformano di solito lo fanno lentamente, con resistenze, con adattamenti che rendono irriconoscibili le previsioni iniziali. L’AI non distruggerà il college come non ha distrutto il giornalismo o la musica: ne esaspererà le contraddizioni già presenti, ne accelererà tendenze già in atto. Quello che si invoca come risposta, cioè insegnare a scrivere senza AI e resistere all’assistente digitale come forma di integrità accademica, mi sembra mal posto. Non perché scrivere non conti, ma perché penso che il problema reale non è che si scriva con AI: è che si scriva troppo, per affermarsi più che per pensare, per mostrarsi più che per condividere. Una bulimia della scrittura che esisteva prima dei modelli linguistici e che questi rischiano di amplificare. Se la produzione di testo diventa ancora più economica e diffusa, la soglia di attenzione si abbassa ulteriormente, e forse si apre spazio per altre forme di conoscenza: la parola detta, l’immagine, l’esperienza diretta. Una postura euristica più che epistemologica, che gli antropologi riconoscono: andare sul campo con pochi strumenti e molta disponibilità a essere sorpresi, privilegiare il percorso sulla mappa.

Come storica delle religioni mi interessa poco la conservazione del passato come tale: mi interessa leggerlo per capire il presente, senza nostalgia e senza il feticismo dell’antiquario e della sua passione per gli oggetti. Da questa posizione, lo scenario che l’articolo delinea, un sistema universitario che sopravvive come macchina di riproduzione dell’élite mentre le scuole meno prestigiose chiudono e sempre meno giovani hanno come obiettivo una laurea, non preoccupa come tendenza economica quanto come tendenza culturale: l’idea che la formazione sia anzitutto un investimento, che il suo valore si misuri nel rendimento futuro, che leggere, pensare, sbagliare in pubblico davanti a un professore esigente siano attività che richiedono una giustificazione in termini di occupabilità. Non è l’AI che ha prodotto questa idea, ma l’AI è arrivata in un momento in cui era già dominante, e in questo senso la questione del college americano non è il segnale di una crisi futura: è lo specchio di una già in corso.